Violenza contro le donne, ascoltare per salvare: la Prevenzione inizia con la Fiducia​

di Guendalina Sabba Il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, sarà come sempre scandito da convegni, fiaccolate e promesse solenni. Ma mentre il dibattito si riempie di retorica, dobbiamo affrontare un’amara verità: gli incontri non basteranno mai se non si coglie il grido di aiuto delle donne che quotidianamente bussano […]

di Guendalina Sabba

Il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, sarà come sempre scandito da convegni, fiaccolate e promesse solenni. Ma mentre il dibattito si riempie di retorica, dobbiamo affrontare un’amara verità: gli incontri non basteranno mai se non si coglie il grido di aiuto delle donne che quotidianamente bussano alle porte delle autorità. Non possiamo più permettere che l’intervento arrivi solo quando il male è già fatto, non si deve aspettare la prova del livido o della percossa fisica per concedere credibilità. La vera battaglia, quella per la vita, si gioca nella “cultura della prevenzione”. E la prevenzione comincia dall’ascolto profondo della violenza più insidiosa e letale: la “violenza psicologica”.
​La legislazione riconosce esplicitamente questa urgenza, eppure la pratica la ignora. La “Convenzione di Istanbul”, ratificata dall’Italia, definisce chiaramente la “violenza nei confronti delle donne” come ogni atto che provochi danni o sofferenze di natura fisica, sessuale o psicologica (Articolo 3) e chiede agli Stati di penalizzare i comportamenti che compromettono l’integrità psicologica (Articolo 33).
​Inoltre, il nostro ordinamento, con l’introduzione della Legge 69/2019, meglio nota come “Codice Rosso”, ha imposto l’obbligo per il Pubblico Ministero di assumere informazioni dalla persona offesa entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato. Questa norma è nata dalla volontà di agire con celerità, trasformando l’attesa in intervento.
​Eppure, troppo spesso, questi pilastri legislativi restano pura teoria. La donna che denuncia umiliazioni quotidiane, denigrazioni costanti e un clima di terrore psicologico si trova a fronteggiare il cinico scetticismo di chi cerca tracce evidenti: i lividi, la certificazione medica del trauma fisico. Non dobbiamo arrivare al punto che la percossa fisica, il danno irreversibile, sia l’unica “prova”che autorizzi le istituzioni a muoversi. La vera rivoluzione non è solo sanzionare, ma prevenire. Questo richiede di istituire una profonda cultura della prevenzione in ogni sede istituzionale.
​Dobbiamo formare professionisti, autorità e avvocati a riconoscere la violenza psicologica — la quotidiana mortificazione che precede la tragedia — come un allarme rosso. Dobbiamo accettare che la richiesta di aiuto di una donna, di una moglie, di una madre, non è un capriccio, ma la segnalazione di un pericolo imminente e tangibile che merita un’azione immediata e protettiva, anche in assenza di segni esteriori. Non possiamo permettere che la segnalazione di una vittima si trasformi in una condanna a morte per la stessa. Le voci inascoltate sono la vera falla del sistema. Quando una donna si sente inascoltata, sola e abbandonata da chi dovrebbe proteggerla, è allora che la violenza psicologica rischia concretamente di degenerare in violenza fisica.
​Che il 25 Novembre sia il giorno in cui smettiamo di commemorare e iniziamo, finalmente, a proteggere affinché ogni donna che cerchi aiuto si senta realmente accolta e difesa.

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